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Parco del Piacenziano

Mappa calanchi di BadagnanoA Badagnano di Carpaneto Piacentino è situata la stazione numero due delle nove stazioni del parco regionale del Piacenziano.

Corrisponde agli alti calanchi che si possono ammirare dalla strada provinciale per Velleia, al di là del torrente Chero, sulla destra dei viaggiatori    che si dirigono a sud, verso Velleia, uscendo da Badagnano.

Per arrivarci la via più comoda è la provinciale per Velleia che si snoda su fondo della valle del Chero partendo da Carpaneto Piacentino.

La Riserva Naturale Geologica del Piacenziano è formata da 9 distinte stazioni situate nei territori comunali di Castell'Arquato, Lugagnano Val d'Arda, Gropparello, Vernasca e Carpaneto Piacentino. La sua peculiarità, che la rende unica nel panorama delle aree protette regionali, è di essere istituita a tutela degli affioramenti di rocce sedimentarie noti alla comunità scientifica internazionale perché rappresentano il periodo compreso tra 3,5 e 1,8 milioni di anni fa, che nella scala dei tempi geologici è storicamente conosciuto con il nome di Piacenziano. Le varie stazioni custodiscono anche altri affioramenti di interesse paleontologico e stratigrafico, con rupi, voragini, calanchi e ombrosi fondovalle di notevole valore paesaggistico e naturalistico.

Calanchi di BadagnanoLe nove stazioni sono situate nella collina piacentina nelle valli dei torrenti Vezzeno, Chero, Chiavenna, Arda e Ongina per una estensione complessiva di 315 ha ad una altitudine sul livello del mare che varia da un minimo di 177m ad un massimo di 460m.

Nelle colline piacentine le rocce più antiche affiorano poco più a sud delle stazioni della riserva; si tratta in gran parte di argille, e in misura minore di calcari e arenarie, intensamente deformate per aver partecipato alle lunghe vicende che hanno portato alla formazione della catena appenninica. Queste rocce sono dette Liguridi perché la loro sedimentazione avvenne sui fondali di un antico oceano (l'Oceano Ligure) che nel lontano Mesozoico, tra Giurassico e Cretacico, si estendeva in zone che corrispondono all'odierna Liguria. Dopo la chiusura dell'oceano la sedimentazione proseguì per molti milioni di anni nelle aree appenniniche, ricoprendo le rocce più antiche che formavano il nucleo dell'edificio montuoso in via di sollevamento. Gli affioramenti della riserva raccontano una parte molto recente di questa storia, quella accaduta durante il Pliocene (tra 5,3 e 1,8 milioni di anni fa). Una grandiosa trasgressione marina, ossia l'invasione del mare su terre precedentemente emerse, siglò l'inizio di quest'epoca, a seguito della quale un profondo golfo marino si stabilì nell'area dell'odierna pianura padana, e la sua la linea di costa disegnava ai piedi dell'Appennino numerose insenature. All'inizio del Pliocene il clima piuttosto caldo favorì la vita di specie marine di ambiente subtropicale, tra cui numerosi molluschi tipici di ambienti più caldi dell'attuale Mediterraneo, i cui resti sono rimasti tra le rocce come preziosa testimonianza fossile.

"Mi recai in quel rivo fiancheggiato da altissime ed ineguali sponde, e tutte le vidi formate a strati paralleli regolarissimi, seminati di marine conchiglie della più rara conservazione, siccome lo sono tutte quelle che trovansi in tutti i colli conchigliacei di questi Ducati. Vidi similmente che, siccome in tutti questi colli, sino a certa altezza le stratificazioni inferiori sono di marna cerulea, e che le superiori sono composte di sabbia rossiccia...". Così nel 1834 Giuseppe Cortesi, il primo a studiare questi luoghi, descriveva l'affioramento di Monte Giogo, dove è ben visibile il passaggio tra le argille marnose grigio-azzurre e gli strati più sabbiosi di colore giallo aranciato. Questo progressivo aumento verso l'alto della frazione sabbiosa, che si riscontra in tutti gli affioramenti della riserva, è una chiara traccia dell'abbassamento del livello marino che nel Pliocene medio-superiore portò fondali relativamente profondi, su cui si sedimentavano argille, a divenire spiagge. In alcuni affioramenti della riserva, nella parte superiore degli strati sabbiosi si riconoscono spesse banconate di colore giallo arancio, costituite da un tritume conchigliare grossolano e ben cementato che prende il nome di calcarenite (o meglio biocalcarenite, a sottolineare l'origine biologica dei granuli). Lungo il fianco sinistro dell'Arda, tra Lugagnano e Castell'Arquato, si notano tre di questi banconi; il terzo si può seguire da Monte Padova sino a Castell'Arquato, dove forma il saldo poggio su cui è sorto il borgo medievale (nel quale molte parti di edifici, muretti e scalinate sono costruite con queste rocce rossicce). Anche le associazioni fossili documentano bene i cambiamenti avvenuti durante il Pliocene: nella parte inferiore (Formazione delle Argille di Lugagnano) si trovano specie adattate a vivere su fondali profondi, tra cui i bivalvi Amusium cristatum e Anadara diluvii, mentre negli strati più sabbiosi (Formazione di Castell'Arquato) aumentano le specie legate ai bassi fondali, come Clamys latissima, Charonia nodifera, Pelecyora islandicoides, Glycimeris inflatus e Glossus humanus, quest'ultimo dalla caratteristica conchiglia a forma di cuore. Attraverso lo studio delle associazioni fossili è stato anche possibile ricostruire i mutamenti climatici durante il Pliocene. Un episodio di raffreddamento, avvenuto intorno a 3 milioni di anni fa, causò l'estinzione di circa 30 specie di molluschi tropicali; passata questa crisi, le specie tropicali rimaste vissero sino alla fine del Pliocene, quando un peggioramento climatico di maggiore portata, che segna l'inizio del Pleistocene, le scacciò definitivamente, favorendo la penetrazione dei cosiddetti ospiti freddi, tra i quali è caratteristica Arctica islandica (un grosso bivalve che vive tuttora nei mari del Nord). Anche i cetacei popolarono numerosi il mare padano: balene, balenottere e delfini trovarono condizioni ideali di vita e i loro resti fossili sono piuttosto frequenti nelle rocce della zona. L'abbondanza di scheletri di cetacei nei sedimenti piacenziani indusse il geologo ottocentesco Dante Pantanelli a formulare una affascinante ipotesi, secondo la quale il golfo padano presentava nella zona piacentina una pronunciata insenatura in cui i cetacei potevano arenarsi lungo le spiagge o, morendo al largo, finire cadaveri sul fondo fangoso.

Studiando gli estesi affioramenti della Val d'Arda, il geologo svizzero Karl Mayer utilizzò per la prima volta nel 1858 il termine Piacenziano per indicare le argille marnose grigio-azzurre del Terziario (di cui cita gli affioramenti di Castell'Arquato contenenti il piccolo gasteropode Nassa semistriata). Nel 1865 il geologo Lorenzo Nicolò Pareto riprese il termine riferendolo al Tortoniano (un'età del Miocene superiore), descrivendo come località tipiche le colline attorno a Castell'Arquato, in particolare la successione di strati esposta nei calanchi di Monte Giogo. Da allora il Piacenziano è divenuto uno stabile tassello nella scala stratigrafica, anche se gli autori non lo hanno usato sempre in modo univoco e in molte cronologie anche recenti viene utilizzato per indicare il Pliocene inferiore. Nel 1967 F. Barbieri ridefinì in modo formale, sulla base delle moderne procedure, il Piacenziano come piano del Pliocene superiore (il Pliocene inferiore prende oggi il nome di Zancleano), e adottò per questo uno stratotipo frazionato in tre sezioni stratigrafiche per un totale di 700 m di spessore esposti lungo la val d'Arda: i calanchi di Monte Giogo, quelli dei monti Falcone e Padova e un breve segmento a sud di Castell'Arquato. Nell'istituzione della riserva è stata così riconosciuta anche la grande importanza culturale di questo bene geologico, in piena sintonia con la Dichiarazione internazionale dei diritti della Memoria della Terra stilata a Digne nel 1991.

Il ricchissimo patrimonio paleontologico delle colline piacentine suscitò attenzione già nel secolo XVIII, quando alcuni appassionati locali diedero vita alle prime collezioni. L'approccio scientifico alla paleontologia delle colline piacentine si deve però a Giuseppe Cortesi, consigliere del tribunale di Piacenza e poi professore onorario di geologia all'Università di Parma, che dalla fine del '700 compì ricerche sistematiche, anche assoldando osservatori per il periodico controllo degli affioramenti, e arrivò a riunire un patrimonio di straordinario valore, dove ai moltissimi gusci di molluschi si sommano gli spettacolari resti di grandi mammiferi marini e terrestri. Negli anni Cortesi costituì una collezione ricchissima, di cui un primo nucleo, acquistato nel 1809 dal Regno Lombardo Veneto e in seguito custodito nel Museo Civico di Milano, venne purtroppo distrutto da un bombardamento durante il secondo conflitto mondiale. Nel 1841 Maria Luigia fece acquistare per il Gabinetto di Storia Naturale dell'Università di Parma il secondo nucleo della collezione Cortesi, che si può ancora ammirare presso il Museo Paleontologico Parmense. Un'altra figura di grande ricercatore fu Giovanni Podestà, un ricco proprietario terriero a cui si devono ritrovamenti di delfini e balenottere; anche la collezione Podestà è conservata in gran parte presso il Museo Paleontologico Parmense. A cavallo tra '800 e '900 fu attivissimo anche l'avvocato Odoardo Bagatti, che raccolse e acquistò numerosi reperti in parte conservati a Castell'Arquato. Al dottor Antonio Menozzi, infine, si deve il ritrovamento nel 1934 di una balenottera nei calanchi di Monte Falcone (lo scavo è documentato da un filmato dell'Istituto Luce).

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